Bleach Rebirth of Souls Recensione: l’ombra dello Shinigami
Iniziamo la recensione di Bleach Rebirth of Souls con una nota personale: io a Tamsoft voglio bene, perché hanno realizzato il primo picchiaduro in 3D che mi ha preso davvero, nei primi tempi del grande passaggio alla grafica poligonale, nella prima metà degli anni ’90. Sì, clamoroso Virtua Fighter, appassionante Tekken, ma preferivo ancora i […] L'articolo Bleach Rebirth of Souls Recensione: l’ombra dello Shinigami proviene da Vgmag.it.


Iniziamo la recensione di Bleach Rebirth of Souls con una nota personale: io a Tamsoft voglio bene, perché hanno realizzato il primo picchiaduro in 3D che mi ha preso davvero, nei primi tempi del grande passaggio alla grafica poligonale, nella prima metà degli anni ’90. Sì, clamoroso Virtua Fighter, appassionante Tekken, ma preferivo ancora i classici vs 2D di Capcom e SNK. Toshinden, tuttavia, mi stregò e fu il mio primo gioco per la PlayStation originale. L’aver visto la casa realizzatrice sballottata qua e là, nei decenni, nel maremagnum di produzioni di medio livello che l’ha purtroppo sempre contraddistinta è sempre stato un dispiacere, anche quando ha conseguito un certo seguito (vedi Onechanbara o Senran Kagura) e a quanto pare neanche la spinta di Bandai Namco è riuscita a invertire questa tendenza, prima con il singolare Captain Tsubasa di qualche anno fa e ora con questo Rebirth of Souls, tirato fuori dal cilindro a sopresa, con pochi mesi intercorsi dall’annuncio al lancio. La maledizione dei tie-in anime colpisce ancora? O c’è forse qualcosa da salvare?
“Se ti fermi, invecchi… Se esiti, muori!”
La quantità di titoli sfornati ogni anno da Bandai Namco dedicata agli anime più famosi è notevole, e tutti o quasi i franchise di punta passano tramite la casa di Pac-Man e Tekken, dati gli accordi ormai saldissimi tra la stessa e Shueisha. Si tratta di videogiochi generalmente ben consigliabili al relativo fandom, in linea generica, ma raramente assistiamo a capolavori in grado di farsi apprezzare al di fuori della cerchia degli appassionati della serie originale. Tra punte di eccellenza (alcuni titoli dedicati a Dragon Ball, Naruto e One Piece) e abissi di mediocrità (i tristemente noti Jump Force o Jujutsu Kaisen Cursed Clash) Bleach Rebirth of Souls è impossibile da incasellare in una sola categoria di merito, perché presenta davvero alti e bassi che lasciano stupiti.
Partiamo dall’inizio: RoS è una sorta di “Arena fighter”, ovvero di picchiaduro vs in cui ci si può muovere in libertà all’interno di un campo di combattimento tridimensionale, con possibilità anche di attacchi a lunga distanza e una specificità intrinseca delle abilità dei personaggi protagonisti, volta a rispecchiare le peculiari abilità di cui fanno sfoggio nel manga e nell’anime originali. Lo scopo è sempre quello di sconfiggere il proprio avversario riducendo a zero la sua barra di energia, ma sebbene i meccanismi base siano gli stessi per tutti i personaggi, le tecniche a disposizione degli stessi producono effetti molto differenti e non basati unicamente sui classici rapporti di velocità/forza e “genere di arte marziale” coinvolta. Si tratta di veri e propri superpoteri unici che cambiano alcune condizioni di scontro o producono effetti unici come trasformazioni o resurrezioni, e imparare a utilizzare l’interezza del proprio arsenale è tutt’altro che semplice.
Altro elemento distintivo è che il combattimento non si svolge in round ma (e questo è forse l’elemento migliore del gioco) in singolar tenzoni che si concludono quando tutte le nove “vite” di un combattente vengono eliminate. Il che non si traduce semplicemente in uno stillicidio di barre d’energia da decurtare ma in un sottile gioco strategico in cui si può decidere l’approccio da utilizzare, dato che a seconda dello stesso si possono apportare danni costanti tenendo sotto controllo il proprio avversario o dar vita ad attacchi critici in grado di dar vita a molteplici capovolgimenti di fronte. Questo perché, proprio come da stilema dei battle shonen, più si è vicini alla dipartita e più c’è la possibilità di un comeback epico grazie a tecniche segrete e abilità nascoste, agevolate anche dalla ben congegnata barra del “reversal” presenta in fondo allo schermo. Insomma, non basta dominare lo scontro ma bisogna esser pronti a non abbassare mai la guardia e a rialzarsi. Sempre.
Hollow
Il sistema di combattimento potrebbe inizialmente confondere chi si aspetta uno schema di controllo classico “alla Soul Calibur” ma basta un po’ di pratica per prenderci la mano: del resto, c’è una ricca sezione di tutorial volta ad agevolare questo aspetto, e i controlli ‘semplificati’ sono attivi di default. Al lancio sono disponibili 32 personaggi: un numero consistente per un picchiaduro medio, ma potrebbero sembrare relativamente pochi rispetto agli standard dei giochi dedicati a Dragon Ball o Naruto. Tuttavia, c’è da considerare che non si tratta (come nei casi precedenti) di varianti su una manciata di canovacci, quanto di personaggi davvero tutti diversi tra loro nelle movenze e nelle abilità, spesso con approcci davvero specifici alle tattiche di combattimento. Tutte, peraltro, ben trasportate dai media originali, sia a livello audiovisivo che da quello degli effetti. E anche questo è un punto a favore del titolo Tamsoft, che fa di tutto per calare i giocatori nelle giuste atmosfere, tentando anche di replicare certi effetti “stylish”, le musiche d’atmosfera, i temi musicali che spaziano dal rock all’hip-hop che caratterizzano l’anime.
Lo fa anche tramite uno story mode che sbrodola un po’, con cut scene lunghissime tra un combattimento e l’altro che purtroppo, nonostante l’enorme quantità di dialoghi recitati (a scelta, sia in giapponese che in inglese) risultano poco coinvolgenti per la loro grande staticità e povertà di animazioni. Se non si voleva ricorrere a brevi scene d’intermezzo o all’inserire la narrazione direttamente all’interno dell’azione, si poteva forse fare qualcosa di più moderno e meno stantio. Ad esempio, il gioco dedicato a Demon Slayer uscito un paio d’anni fa, oltre ad avere brevi ma contestualizzate sezioni di esplorazione, funzionava meglio sotto questo punto di vista, riassumendo efficacemente e con più verve le parti salienti della storia.
Inoltre, come già accennato, per quanto ricercata la parte visiva del gioco è minata da un comparto tecnico abbastanza povero, con animazioni poco ricche di frame e texture graziate unicamente dalle accesissime palette e da un costante effetto blur: certi fermo immagine e certe mosse speciali sono davvero d’effetto, mentre in altri casi la mente vola ai tempi di certi giochi per la passata generazione.
Veniamo ora alla nota più dolente dell’intera operazione: il comparto competitivo. Che il roster di personaggi potesse essere sbilanciato era qualcosa che davamo per assodato praticamente in partenza, perché fa parte dei difetti intrinseci di questo genere; non si tratta, tuttavia, del problema maggiore. Di fatto, è possibile effettuare partite online solo come Casual match all’interno dell’ecosistema di partenza: non c’è il crossplay, non ci sono tornei, non ci sono classificate o ladder di alcun tipo. E per un picchiaduro in uscita nel 2025 è davvero una scelta fuori mercato. Del resto, gli sviluppatori non hanno neanche provato a inserire il rollback netcode, indicativo del fatto che la scena online non era proprio nel loro mirino: si tratta di un titolo che vive del momento e del gioco casalingo, proprio come gli anime fighter di una volta.
Bleach Rebirth of Souls cattura bene lo spirito della serie di riferimento, ma rappresenta, purtroppo, anche un’occasione (almeno in parte) sprecata. Il combat system, per quanto sbilanciato, una volta compreso il meccanismo è accattivante e inoltre rende giustizia alle dinamiche tipiche dei battle shonen. Il roster inoltre è particolarmente differenziato, la direzione artistica tenta di stare al passo coi virtuosismi dell’anime (non sempre riuscendoci, ma l’impegno c’è), il comparto sonoro è ricco. Purtroppo è un titolo con una componente on line a dir poco striminzita e una single player prominente ma molto retrò: nel 2025 ci vuole ben altro per imporsi e difficilmente la creatura Tamsoft potrà sopravvivere a lungo in questo settore. Un peccato, ma speriamo sia un apripista, magari, per un picchiaduro dedicato a One Piece che ne sfrutti le idee migliori.
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